Sì, una regola c’è

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Quando si parla di scrittura, prima o poi saltano fuori “le regole”.
E sembra che scrivere sia un po’ come giocare a Rolemaster, il famigerato gioco ruolo di cui si diceva scherzando che avesse persino una tabella per le penalità da scarpe troppo strette.
Il lettore, sostengono i rule lawyers della scrittura, nasce con un set di regole incorporato, una griglia alla quale rapporta qualsiasi cosa legga. Al primo sgarro, sei fuori.
Fallo di infodump.
Fallo di tell.
Fallo di regole. Nel senso di…

La verità, almeno la mia verità, è che la faccenda è molto più semplice. E al tempo stesso molto più complicata.
Il lettore, almeno il lettore medio, di teoria narrativa, non ne sa mezza. E probabilmente non ne vuole sapere mezza.
Il lettore è qualcuno che ha deciso di investire una certa quantità del suo tempo libero (in concorrenza con altre occupazioni) per leggere quello che hai scritto. Siccome probabilmente è un seguace dei diritti identificati da Pennac, forse non è nemmeno sicuro che sia disposto a investire tutto il tempo che ha pianificato. Se si annoia, potrebbe mollare lì tutto e accendere la televisione, controllare facebook, fare un paio di livelli a Candy Crush, mandare messaggi all’amore della sua vita…
E se è uno di quelli che per principio arrivano in fondo alle cose, quando ci sarà arrivato avrà le palle piene della vostra storia, di voi e di qualsiasi altra storia abbiate scritto o scriverete. Palle piene e una rete sociale a cui comunicarlo, a voce o via internet.
Iniziate a capire qual è la regola? A questo punto non deve essere difficile dare la risposta.
La regola zero, l’unica che vale davvero sempre e comunque, qualsiasi cosa stiate scrivendo, che sia una saga tecnho-noir-fantasy in diciottomila volumi con quarantadue razza di umanoidi proetiformi con sei generi sessuali principali e diciannove sottogeneri o che sia una storia intimista di nuance e sfumature, è semplicemente

NON. SCOCCIARE. CHI. TI. LEGGE.

(scritta così, in maiuscolo, bold e con i punti tra le parole)
Ho scelto “scocciare” non perché volessi un sinonimo di “annoiare” tanto per usare una parola un po’ desueta, ma proprio perché lo spettro semantico di “scocciare” mi sembra più ampio del semplice annoiare. Ci sono relativamente pochi modi per essere noiosi, in scrittura, rispetto alla grande varietà di modi in cui si può infastidire chi legge.
“Noioso” sarebbe troppo legato alla sola costruzione della storia, mentre “scocciare” può estendersi anche al linguaggio: un linguaggio eccessivamente carico di artifizi artatamente ricercati al fine di appesantirlo all’inseguimento di un effetto di grande cultura è scocciante come un linguaggio piatto come una telefonata tra amici trascritta paro paro. E il tono sbagliato per la storia che si vuole raccontare può uccidere il divertimento quanto e più di una storia strutturata male.
Insomma, esiste un’infinità di modi in cui si può scocciare il proprio lettore. E la sfida della scrittura è quella di identificarne e prevenirne il più possibile.
Ma se prendete tutte le regole di scrittura più in voga e le catturate, scoprirete che portano una maschera. E che sotto quella maschera c’è il vecchio guardiano del luna-park.
Vale a dire

NON. SCOCCIARE. CHI. TI. LEGGE.

Come si fa, quindi?
Come cantava Jannacci, bisogna avere orecchio.
Identificare dove la storia rischia di scocciare, capire in che modo lo fa e in che modo si può intervenire. A questo punto, le regole “derivate” posso venire utili, perché quando si attraversa un territorio sconosciuto fa comodo avere una cartina (o almeno una Lonely Planet).
Con la consapevolezza, ovviamente, che per piacere a tutti bisogna essere dei cuccioli di foca.
Creature abbastanza famose per non provare mai a scrivere alcunché.

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