Sì, una regola c’è

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Quando si parla di scrittura, prima o poi saltano fuori “le regole”.
E sembra che scrivere sia un po’ come giocare a Rolemaster, il famigerato gioco ruolo di cui si diceva scherzando che avesse persino una tabella per le penalità da scarpe troppo strette.
Il lettore, sostengono i rule lawyers della scrittura, nasce con un set di regole incorporato, una griglia alla quale rapporta qualsiasi cosa legga. Al primo sgarro, sei fuori.
Fallo di infodump.
Fallo di tell.
Fallo di regole. Nel senso di…

La verità, almeno la mia verità, è che la faccenda è molto più semplice. E al tempo stesso molto più complicata.
Il lettore, almeno il lettore medio, di teoria narrativa, non ne sa mezza. E probabilmente non ne vuole sapere mezza.
Il lettore è qualcuno che ha deciso di investire una certa quantità del suo tempo libero (in concorrenza con altre occupazioni) per leggere quello che hai scritto. Siccome probabilmente è un seguace dei diritti identificati da Pennac, forse non è nemmeno sicuro che sia disposto a investire tutto il tempo che ha pianificato. Se si annoia, potrebbe mollare lì tutto e accendere la televisione, controllare facebook, fare un paio di livelli a Candy Crush, mandare messaggi all’amore della sua vita…
E se è uno di quelli che per principio arrivano in fondo alle cose, quando ci sarà arrivato avrà le palle piene della vostra storia, di voi e di qualsiasi altra storia abbiate scritto o scriverete. Palle piene e una rete sociale a cui comunicarlo, a voce o via internet.
Iniziate a capire qual è la regola? A questo punto non deve essere difficile dare la risposta.
La regola zero, l’unica che vale davvero sempre e comunque, qualsiasi cosa stiate scrivendo, che sia una saga tecnho-noir-fantasy in diciottomila volumi con quarantadue razza di umanoidi proetiformi con sei generi sessuali principali e diciannove sottogeneri o che sia una storia intimista di nuance e sfumature, è semplicemente Continua a leggere

Voi siete qui

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Le tre storie uscite finora dello Spadaccino sono state una specie di apprendistato. Ogni storia, in realtà, è un apprendistato: non c’è una regola universale per scrivere (o meglio, c’è ma è molto generica e non è il caso di parlarne ora), ogni volta quello che voi raccontare ti pone delle sfide nuove e gli strumenti per vincerle devi forgiarli su misura.
Nello specifico quello di cui sto parlando è lo spazio/tempo in cui si svolgono le storie.
L’Isola del Teschio ha delle coordinate spazio/temporali abbastanza vaghe. Siamo nel tardo XVI secolo, da qualche parte nel mare dei Caraibi. È parecchio tempo prima rispetto all’epoca d’oro della pirateria, ma in fondo non c’è nessun vero motivo per cui la storia sia ambientata in un secolo piuttosto che in un altro. I luoghi della storia sono abbastanza generici: una nave in mezzo al mare, un’isola che nessuno sa dove si trovi veramente.

Colei che canta ha una collocazione geografica precisa: Vienna. Perché Vienna? Perché nell’Isola mi ero divertito a inserire un tormentone: lo Spadaccino rievocava qualcosa che era successo a Vienna. Non so perché dovesse essere Vienna. Forse perché mi suonava bene il nome o perché evocava un posto diversissimo dai Caraibi e quindi dava l’idea che il personaggio avesse viaggiato molto. Però Vienna doveva essere (forse c’entrava inconsciamente pure Daniele Luttazzi).
Da lì, mi sono reso che la cosa più interessante successa a Vienna nel XVI secolo era senza dubbio l’assedio ottomano del 1529, meno famoso di quello del 1683 ma altrettanto importante. Però una storia ambientata durante l’assedio l’aveva già scritta Tim Powers (Il Re Pescatore, The Drawing of the Dark in originale) e siccome era la seconda storia che Powers incrociava la mia strada (l’Isola è ispirata alla saga dei Pirati dei Caraibi, che a sua volta è ispirata al videogioco Monkey Island, il cui creatore Ron Gilbert era un grande fan di Mari Stregati / On Stranger Tides – che poi è diventato la base del quarto film della serie) la cosa migliore da fare era spostarsi dopo l’assedio. L’evento storico ha condizionato uno snodo della trama, in un modo piuttosto naturale, come se non dovesse che essere così. Però Vienna, a parte questo, è solo una specie di fondale disegnato. Ho inventato gli spazi che mi servivano, senza curarmi troppo di quello che era davvero la città all’epoca.

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Infine, la vicenda di Gatto e Libertà è strettamente ancorata ad almeno due eventi realmente accaduti, di cui lo Spadaccino è testimone, che ho cercato di ricostruire nel modo più fedele possibile basandomi sulla documentazione che sono riuscito a reperire. Per di più, buona parte della storia si svolge a Genova, in luoghi reali che, in un caso almeno, è ancora oggi possibile visitare. Ma, soprattutto, Genova è la città in cui sono nato, in cui sono cresciuto e dove torno appena posso. Per la prima volta ho scritto di uno spazio che, almeno nelle distanze e nelle proporzioni conoscevo. Certo: parte della Genova cinquecentesca non esiste più, però so immaginare quanto ci volesse ad andare dal palazzo di Andrea Doria alle mura cittadine, quando dalle mura a piazza Sant’Andrea. Inoltre, nel racconto c’è un paesino che non esiste, ma al quale ha prestato diverse scenografie Triora. Quando scrivevo certe scene sapevo perfettamente dove si stavano svolgendo, perché c’ero stato l’estate precedente. Allo stesso tempo, ho barato ferocemente e ho fatto succedere nella mia versione di Triora (che si trova pure parecchio lontana da quella vera) delle cose che nella realtà a Triora sono successe solo molto più tardi. D’altro canto, la scansione temporale degli eventi genovesi della storia mi ha costretto a trovare un modo di tenere lo Spadaccino impegnato per tutti i giorni che mi servivano, perché non volevo fare muovere i personaggi storici coinvolti in modo diverso dalla realtà (volevo evitare l’effetto “Bernardo Gui che muore alla fine del film del Nome della Rosa perché faceva bello, nonostante Eco avesse passato settimane a studiare i suoi spostamenti per capire in che mese e in che anno era realistico ambientare il libro”).

Dopo questo crescendo, la nuova storia dello Spadaccino che sto scrivendo fa un passo indietro: un anno vago, un’ambientazione esotica per lo più ricreata ex novo ma cercando di sfruttare le peculiarità del luogo per rendere più interessante la vicenda. Sarà però una storia che, pur rimanendo comprensibile anche senza avere letto le altre, sarà collegata sia alle vicende viennesi sia a quelle genovesi. La sfida sarà trovare il modo di fare capire a chi le ha già lette quali siano questi legami, ma senza rovinare la sorpresa per chi deve ancora leggerle. Sfide diverse, soluzioni diverse.
La prossima, magari, parleremo della regola zero.