Dieci canzoni per Natale

(Photo by Mark Weiss/WireImage)

Sul tema del Natale si è scritto tantissimo.
Storie e canzoni.
Di seguito, dieci canzoni di Natale che, in un modo o nell’altro, mi piacciono.

Maria Carey, Jimmy Fallon, The Roots – All I Want For Christmas Is You

Come sempre, certe le cose sono pensate per i bambini ma ci si divertono di più i grandi. Un classico, forse il più recente (l’ha canzone l’ha scritta la Carey nel 1994, anche se sembra in giro da sempre), in una versione giocosa, nel senso che è suonata con strumenti giocattolo.

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La notte in cui distrussi un Universo

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La notte in cui distrussi un Universo è il prologo di una cosa che ho iniziato a scrivere, che si è bloccata e che ho bisogno di capire come portare (e se portare avanti).
Parla di giochi di ruolo, quell’attività che consiste nel costruire un mondo insieme ai tuoi amici con le parole e con i dadi.
È una specie di regalo di Natale, se vi va.

Avevo diciassette anni, la notte in cui distrussi un Universo.
Era il 16 luglio del 1996, erano le tre e mezza di notte e, nonostante la finestra aperta e il ventilatore che andava a tutta forza e ci costringeva a tenere le matite e i dadi sopra alle schede dei personaggi per non farle volare via, c’era un caldo umido che non si riusciva in alcun modo a rendere più tollerabile.
Eravamo i soliti cinque: io, Andrea, Daniele, Mattia e Julian. Sul tavolo avevamo tutto il necessario: i dadi, le matite, i manuali, i fogli di appunti, le bibite ormai calde e sgasate. Miniature no perché eravamo giocatori di ruolo, non wargamers, e di sapere la posizione esatta occupata nel campo di battaglia dai nostri personaggi non ce ne fregava niente. Julian non era d’accordo, le prime volte aveva provato a imporci la griglia esagonale e i “soldatini”, ma avevamo fatto ostruzionismo e si era lasciato convincere. In fin dei conti era più comodo per tutti.
“Molto bene,” aveva detto, dopo che il dado a venti facce lanciato da Andrea si era fermato mostrando ben chiara la faccia con impresso sopra il numero uno.
Julian era il Dungeon Master: sceneggiatore, regista, arbitro e Dio, organizzava e dirigeva lo svolgimento del gioco. Quando il Dungeon Master dice “molto bene” non è mai per qualcosa di bello: è vero che i giocatori non giocano contro il Dungeon Master, ma lui è quello che deve gettare ostacoli sulla loro strada per rendere più interessante il gioco. In questo caso, “molto bene” voleva dire che il personaggio di Andrea, il possente guerriero barbaro Ryon (dal nome del mentore di Conan il Barbaro, personaggio di cui Ryon era un calco fatto e finito), aveva fallito il lancio di dado che gli avrebbe permesso di ridurre i danni dell’incantesimo che il nostro mortale nemico, il non-morto Atroxan, gli aveva scagliato contro. “Sono 17 punti ferita, Andrea.” Julian sogghignava.
“Merda, sono giù. Sono a meno tre,” disse Andrea. Sbatté la matita sul tavolo. “Cazzo.”
Julian si voltò verso di me. “Bene,” disse. “Siete rimasti solo tu e Atroxan. Iniziativa per il nuovo round?”
Ma quello non era un turno di combattimento come tutti gli altri. Era l’ultimo del combattimento, comunque sarebbe andata a finire. Era la fine di due anni e mezzo di gioco, il momento della verità, lo scontro con l’arci-nemico sconfitto il quale il bene avrebbe tornato a regnare sul mondo di Rondan. Non era stato facile, arrivare fino ad Atroxan e avere una reale possibilità di ucciderlo. Negli ultimi otto mesi eravamo stati impegnati, un fine settimana dopo l’altro, a uccidere chiunque ci bloccasse la strada, a raccogliere indizi, fino a che non eravamo riusciti a mettere le mani sull’oggetto dove Atroxan aveva racchiuso una parte della sua anima, grazie al quale sarebbe potuto sfuggire alla morte. Era un anello di pietra, che avevamo come da tradizione gettato nella bocca di un vulcano.
Poi era iniziata la lunga caccia al nostro nemico: lo avevamo inseguito per mezzo mondo, tra foreste, paludi, deserti, castelli, tombe, rovine. Ogni volta ci sfuggiva un attimo prima che gli potessimo dare il colpo di grazia, ma ogni volta veniva privato di una frazione del suo potere.
La resa dei conti si stava svolgendo nel profondo delle caverne del Cuore del Mondo, la versione creata da Julian di Agarthi per il suo mondo. Cosa ci era andato a fare Atroxan? Non lo sapevamo, ma non ci importava. Ormai, volevamo solo distruggerlo. Continua a leggere

Rogue One – una recensione (senza spoiler)

"I have a bad feeling about this"

“I have a bad feeling about this”

Ho avuto delle buone sensazioni riguardo a Rogue One: a Star Wars story dalla prima volta che ne ho sentito parlare. La storia di come l’Alleanza Ribelle è entrata in possesso dei piani della Morte Nera?
Biglietto e pop corn, grazie.
Perché è vero che Luke centra la dannatissima “luce di scarico” grazie alla Forza e ad Han Solo che gli leva i nemici dalla coda al momento giusto, ma solo perché qualcuno ha fatto il lavoro sporco per potergli dire dove tirare. Ed era anche ora di sentire la loro storia.

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Rogue One, come impostazione, ha più in comune con un vecchio film di guerra che non con le due trilogie terminate e quella in corso. Abbassa lo sguardo dalla saga della famiglia Skywalker, con i suoi epici e tragici destini, a un momento della storia della galassia in cui la magia se n’è andata da tempo e la lotta all’Impero è una faccenda sporca di agguati, soffiate, rapimenti, esplosioni.
Ambientato pochi giorni prima dell’inizio del film del 1977, recupera il look “povero” e analogico delle ambientazioni, le acconciature anni settanta dei membri dell’Alleanza, addirittura alcune inquadrature di piloti di X-Wing dalla battaglia attorno alla Morte Nera.
Dove riesce decisamente bene è nel mettere fine a quasi quarant’anni di battute sulla Morte Nera, dando una dignità quasi epica a quella che sembrava una soluzione un po’ troppo facilona che Lucas in fase di scrittura aveva dato al problema “come faccio a fare vincere i miei eroi?”.
Su tutto il film pesa un po’ il sapere che dopo avere visto il primo montaggio la Disney ha ordinato tre settimane di rifacimenti di scene, che è una cosa abbastanza grossa e che vuol dire che una bella fetta del film è stata modificata rispetto all’idea iniziale (infatti nel primo trailer c’erano un paio di dialoghi assenti nella versione definitiva), ma l’effetto finale è comunque solido e convincente.
Come solida e convincente è l’atmosfera di “finirà malissimo” che permea tutto il film; la fotografia scura, gli scenari “vissuti”, i costumi sporchi e impolverati, la tecnologia fatta di pulsantoni, grosse luci e cavi a vista. Gli Stormtrooper continuano ad avere una mira abbastanza scarsa (a parte uno che manda a segno sette/otto colpi di seguito ma purtroppo tutti su un commilitone) ma sono tanti e sparano tantissimo, oltre a essere affiancati da altri corpi un po’ più efficienti, e per la prima volta sembrano una minaccia davvero tangibile non solo per dei poveracci poco armati.
C’è una bella battaglia spaziale, che contiene una delle scene più spettacolari che siano mai state infilate in uno Star Wars cinematografico.
Purtroppo, mancano un po’ i personaggi.
Galen Erso, nell’interpretazione dolente di Mads Mikkelsen, riesce a essere un eroe tragico il cui cammino si svolge però troppo in fretta (e per lo più fuori scena) per entrare davvero nella mitologia della saga, anche se il suo ruolo nei destini della galassia è tutt’altro che secondario. K-2S0, il robot imperiale riprogrammato dai ribelli, è forse l’unico di cui mi sia davvero importato qualcosa fino alla fine. Chirrut e Baze sono divertenti e la loro amicizia è molto ben rappresentata, ma sono delle figure convenzionali che fanno colore. Cassian Andor ha un filo di personalità in più, mentre il personaggio di Jyn Erso deve essere quello che più ha sofferto dei cambiamenti in corsa del film, perché l’ho trovata parecchio anonima (non aiuta il fatto che Felicity Jones mi sia sembrata monoespressione per tutto il film). Pilota imperiale disertore non pervenuto.
Forse, un party così composito avrebbe avuto bisogno di maggiore spazio per amalgamarsi davvero bene insieme e fare uscire i singoli caratteri; ma siamo pur sempre all’interno di un franchise enorme, immagino che fumetti e romanzi arriveranno per espandere le storie dei personaggi più amati dal pubblico.

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Nonostante tutto, però, sono uscito dal cinema vagamente commosso e completamente soddisfatto.
Se Rogue One è il primo tentativo di sfruttare il mondo di Star Wars per raccontare storie di un tenore un po’ diverso da quello dei film della saga principale, mi sembra che si sia partiti con il piede giusto.
(Obbligatoria frecciata contro la trilogia prequel, che ho scoperto che c’è gente che si arrabbia molto: la scena alla fine con Darth Vader che fa Darth Vader come lo abbiamo sempre sognato nei nostri incubi peggiori dimostra che per far vedere quanto è potente e inumano un Sith non hai bisogno di farlo zompare per dei quarti d’ora).

SCHEDA FINALE
Comprerei il Funko Pop! di: K-2SO (a dire il vero è già nel carrello di Amazon)
Momento più epico: l’ariete
Curiosità: tutti a parlare di Moff Tarkin e Leia rifatti in digitale, ma nessuno che dica niente sul fatto che hanno trovato un’attrice per fare Mon Mothma che è identica a quella che la interpretava nel 1983
La morale del film è: se uno ti dice che un lavoro non vuole farlo, non farglielo fare per forza, che poi lo fa male
Una canzone il cui titolo spoilera tutto: questa

Che sia vinta, che sia persa

Francamente, non avevo ben capito che fosse una guerra.
Una guerra che, pare, la fazione di cui facevo parte avrebbe addirittura vinto.
O forse no.

Insomma, il punto è questo: come dovremmo interpretare, noi che giochiamo/abbiamo giocato di ruolo e dintorni, leggiamo fumetti, seguiamo horror, fantascienza, fantasy il fatto che le stesse cose che anni fa ti facevano guardare malissimo oggi siano un pilastro dell’intrattenimento mainstream?
Come dobbiamo vedere le vie di Lucca intasate da gente in cosplay alla caccia di fumetti e gadget?
Cosa bisogna pensare del fatto che su Game of Thrones abbia un’opinione più o chiunque, persino chi non la segue?
Abbiamo vinto?

Come detto, non sapevo che fosse una guerra.
Però il fenomeno mi incuriosisce e infatti ci ho fatto una canzone con il progetto musicale di cui faccio parte (e siccome siamo paraculi abbiamo usato per il video le immagini di Stranger Things, una serie la cui estetica è più che tangente a questo discorso).

Nel 1993, come un folle, mi presentai ai miei nuovi compagni di classe di prima superiore annoverando tra i miei hobby “i giochi di ruolo”.  Fu molto imbarazzante dovere spiegare di cosa si trattasse e non contribuì parecchio alla mia popolarità.
Oggi, probabilmente, un 14enne con lo stesso hobby almeno non deve spiegare di che cosa si tratta, al massimo tutti pensano a Final Fantasy e finisce lì.

Secondo me il punto è semplicemente che il tempo ha giocato dalla “nostra” parte, andando a piazzare in molti gangli dell’industria culturale persone che sono cresciute tra un lancio di dadi, uno speciale estivo, un tascabile spiegazzato e una VHS registrata dalla tv. Non è successo (ancora) in Italia perché siamo più o meno indietro di una  generazione da questo punto di vista rispetto agli USA – e la nostra industria culturale ha un rapporto con il fantastico che si è interrotto attorno alla fine degli anni Settanta – ma già un film come Lo chiamavano Jeeg Robot è un segno importante (e, come Basette dello stesso registra, gioca con la nostalgia e l’immaginario in un modo parecchio maturo).
Se qualcosa passa il gatekeeping dei media, prima o poi trova un pubblico, fosse anche solo per hype, per moda, per sfinimento. Inoltre, molti dei fenomeni che sancirebbero la “rivincita dei nerd” sono, di fatto, crossover. Il crossover, nei termini dell’industria culturale, è una specie di Santo Graal e non ha a che fare tanto con i generi quanto con il pubblico: è qualcosa che riesci a vendere non solo al suo target primario, ma anche ad altri tipi di consumatori. Un caso classico è la serie di Harry Potter, che nata per un pubblico infantile o comunque di young adults ha finito per essere letto un po’ da chiunque.
Ma la stessa natura di Game of Thrones è crossover: quando uscì il primo trailer, ricordo di avere ammirato la cura con cui la messa in scena sembrava fatta per rispondere pienamente alle aspettative dei lettori dei romanzi; e immaginavo che ne avrebbero fatto un paio di stagioni al massimo prima di finire i soldi e tanti saluti. Quello che non avevo preso in considerazione era che il fantasy di GoT è appetibilissimo per un pubblico più ampio, perché gli aspetti fantastici sono spesso in secondo piano rispetto alle umanissime ambizioni e macchinazioni dei personaggi. Le vicende di Westeros sono per molti versi più simili alle dinamiche di un thriller politico che al Signore degli Anelli, e questo ha portato a restare attaccata alla serie una gran quantità di pubblico che mai invece si appassionerebbe alla quest di un gruppo di eroi.

Allo stesso tempo, è anche cambiato il pubblico, da un lato perché stiamo prolungando le nostre “adolescenze”, portandoci sempre più nell’età adulta consumi culturali che una volta erano ben più limitati nel tempo (i videogiochi, per esempio; ma tutte le ristampe in edizioni sempre più curate di fumetti del passato non si rivolgono certo ai dei ragazzini; tralasciando il fatto che grazie al concetto di graphic novel si riescono finalmente a vendere fumetti anche a chi una volta si sarebbe vergognato di continuare a leggere fumetti). Dall’altro, ci sono nuove generazioni che crescono in famiglie dove circolavano fumetti, giochi, videogiochi, ecc.
Inoltre, il concetto di “gioco” è molto più presente nella nostra società. Ho una teoria, senza basi empiriche che non siano la mia opinione, secondo la quale Snake sui telefonini Nokia sia stato un cavallo di Troia per fare passare l’idea che anche per un adulto fosse accettabile ingannare il tempo con un “giochino”. Vera o falsa che sia, l’esistenza stessa di un fenomeno come la gamefication mi sembra un altro segno che qualcosa si sia mosso.

Poi, per molti versi sono fuori da un sacco di giri da tempo. Non gioco di ruolo da una decina d’anni, non vado a Lucca più o meno da altrettanti.
Sono contento, però, di potere acquistare un sacco di roba buffa (ho mezza casa colonizzata dai Funko Pop, per dire) e che se entro in una fumetteria ci trovo anche gente con i bambini, coppie e non solo il tizio che chiede se è proprio necessario leggerlo, questo Devilman, perché i disegni sono così brutti.
Se a Lucca oggi c’è il mondo, so che è anche perché una volta c’ero io che quando potevo ci andavo sia a novembre sia a marzo (quelle annate in cui ci fu la doppia edizione).
Però non credo che abbiamo vinto, se davvero c’è in corso una guerra. E non credo sia nemmeno necessario vincere, come se fosse necessario ottenere l’approvazione dei “normali” per potersi interessare alle cose che ci interessano.

Semplicemente, penso che “noi” siamo diventati un target appetibile per l’industria culturale e, allo stesso tempo, l’abbiamo infiltrata perché era naturale che succedesse.
Così, qualcosa del nostro mondo è filtrato nel mainstream ed è diventato più visibile. Il resto, come è nell’ordine delle cose, è rimasto indietro, a fare da serbatoio di idee.

Quella volta che ho avuto la stessa idea di Grant Morrison

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Lo sceneggiatore di fumetti Grant Morrison ha annunciato che la sua prossima storia per la rivista Heavy Metal si intitolerà The Savage Sword of Jesus Christ e sarà un mash-up tra Gesù Cristo e Conan il Barbaro.
Le prime tavole diffuse mostrano quella che per molti è semplicemente la scena della crocifissione, ma che per chiunque abbia familiarità con Conan in una qualsiasi delle sue incarnazioni (letteraria, fumettistica o cinematografica) è evidente che sia un richiamo a uno dei momenti – per me – più iconici della storia del personaggio. Quella volta che è stato crocefisso a un albero (succede in A witch shall be born, sia nel racconto sia nella trasposizione classica a fumetti e la scena è stata poi riadattata anche nel primo film, che in prima battuta doveva basarsi proprio su quella storia) e ha azzannato l’avvoltoio che era arrivato a beccarlo.

La cosa che mi diverte di più, però, è che io e Morrison abbiamo probabilmente pensato alla stessa cosa contemporaneamente, perché nella prima stesura di Castel della Croce, quando Carlo Cane va a vedere l’inaugurazione del crocifisso restaurato, si leggeva:

“Ringraziamo ancora il professore per questo illuminante intervento,” dice il sindaco accennando un applauso che viene proseguito da una piazza poco convinta e ancora meno disposta a perdere tempo sotto a un cielo che sta diventando sempre più scuro. “Ora però è giunto il momento di vedere finalmente il frutto dei lavori di restauro. Signore e signori, ecco. Castel della Croce ha di nuovo il suo crocifisso.”
Due chierichetti danno uno strattone ai cordoni dorati e il panno cade a terra. Questa volta l’applauso e lungo è convinto.
Per un attimo spero che il restauro sia stato affidato a dei pazzi e che ora il crocifisso mostri Conan il barbaro inchiodato a un albero che addenta un avvoltoio,  ma purtroppo la realtà mi delude ancora una volta. Da dove sono io, tutto quello che vedo è un corpo biancastro stagliato contro una croce di legno. Sul palco è tutto uno stringersi le mani, il vescovo annuisce compiaciuto.

Poi ho eliminato la battuta perché Carlo rischiava di diventare troppo Deadpool e diventare stucchevole, però l’ho scritta.
Che dire?
Great minds think alike.

Bau!

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Questo feroce cane spadaccino si chiama Mr. Tucker, cliccando sulla foto si arriva al blog da cui l’ho presa.

Siccome ho la memoria di un pesce rosso, mi sono reso conto solo ora che Castel della Croce non è il primo racconto che scrivo con un personaggio che si chiama Cane.
Nell’Isola del Teschio, lo Spadaccino si fa chiamare da Amra, appunto, Cane.
Ovviamente le due cose sono completamente scollegate tra loro.
Così come, so che non mi crederà nessuno, quando scrissi il dialogo tra Amra e lo Spadaccino non mi passò neanche per un istante per la mente che Cane poteva sembrare un richiamo al cognome di Solomon Kane, il personaggio di Robert E. Howard che ne è il diretto ispiratore.

In prima persona

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Castel della Croce è scritto tutto in prima persona.
Sulle prime, mi era sembrata, dal punto di vista della facilità di scrittura, un’idea geniale.
Che ci vuole? Scegli una “voce”, abbastanza simile a quella che userei io per raccontare a qualcuno qualcosa che mi è successo, e scrivi tutto così.

Effettivamente, in fase di scrittura i vantaggi sono stati tangibili: ho scritto parecchio in fretta (una volta deciso di completare la storia – che vegetava lì da un paio d’anni – e in che modo) e con un certo divertimento.
I dolori sono nati al momento della revisione.
Il problema con una prima persona che punta a ricreare un effetto di parlato è che non puoi a limitarti a scrivere come si parla, perché scritto e parlato sono due codici molto differenti. L’effetto che fa una trascrizione pura e semplice è di sciatteria; all’altro estremo dello spettro, c’è il rischio di far suonare la pagina artefatta e pretenziosa.
A complicare il tutto, c’era il fatto che il mio personaggio ha una spiccata tendenza all’ironia, all’autoironia e alla sdrammatizzazione. Tutte forme linguistiche non facilissime da trattare, anche perché avevo bisogno, comunque, di convincere il lettore a giocare al mio gioco. Lo spunto di Castel della Croce secondo me, infatti, regge se tenuto in un mondo leggermente bizzarro, leggermente sopra le righe; e l’unico strumento che ho per costruirlo è la voce del personaggio che al tempo stesso deve portare avanti la storia.
Quindi, si trattava di far stare tutto insieme, ricordandosi sempre le parole di Elmore Leonard:

If it sounds like writing, I rewrite it
(Se suona “scritto”, lo riscrivo)

Infatti, Castel della Croce è stato riscritto almeno due volte, dopo la prima stesura. Non da capo, ovviamente.
Ma questa forma, più vicina al monologo teatrale che alla narrativa rispetto a tutto quello che ho pubblicato finora, richiedeva un’attenzione che a volte era non per la frase nel suo insieme, ma per la singola parola, per il singolo segno di punteggiatura.
Io so con che ritmo, con che cadenza, con che inflessione, Carlo Cane racconta le cose che gli succedono. Ma gli strumenti che avevo a disposizione per trasmettere tutti questi aspetti extraverbali al lettore erano pochissimi.
Non dirò che ho risolto brillantemente tutti i problemi e che d’ora in poi scriverò solo così.
No.
Sono soddisfatto del risultato ma sono certo che tra due mesi riscriverei tutto da capo per la terza volta. E sono contento che questa storia mi abbia costretto a un’attenzione diversa da quella delle storie precedenti.
Ma credo che prima di riscrivere in questo stile farò passare del tempo.
Mi piacerebbe in futuro, però, riprendere Carlo, Ada e Leo, per vedere se possono inserirsi in un altro paio di storie di ambientazione e atmosfere simili (Genova, irruzione del fantastico nel quotidiano, trentenni…) che ho in sospeso da troppo tempo.
Per ora, lasciamo Carlo a godersi la sua acqua tonica, però.

Castel della Croce. Quasi una storia dello Spadaccino – ebook

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Fare l’indagatore dell’incubo può sembrare una buona idea, se non hai un lavoro, il tuo cognome è Cane e il tuo nome inizia con la C.
Ma Carlo Cane non può immaginare che cosa metteranno in modo le sue decisioni.

Un racconto sovrannaturale ambientato tra Genova e il suo entroterra, ambientato nello stesso universo narrativo delle Storie dello Spadaccino.

Quest’anno Dylan Dog ha compiuto trent’anni di vita editoriale, un evento festeggiato, tra l’altro, con il ritorno di Tiziano Sclavi alla scrittura, Dopo un lungo silenzio.
Siccome ho un grosso debito, a più livelli, con l’indagatore dell’incubo di Craven Road, volevo in qualche modo celebrare a mio modo questa ricorrenza. E quale modo migliore se non scrivere una storia che inizia con un coetaneo di Dylan Dog, ma genovese, che decide di darsi anche lui alla carriera di indagatore dell’incubo?

Castel della Croce, però, non è solo un omaggio a Dylan Dog. È anche un piccolo esperimento di creazione di un “universo condiviso” per le mie storie: chi ha letto Gatto e Libertà riconoscerà il toponimo che dà il titolo alla storia e, in effetti, questo nuovo racconto chiude, nel secondo decennio del XXI secolo, alcune vicende del XVI secolo (se non precedenti).
Ci sono vecchi partigiani, un cane, ragazze sboccate, star della seconda serata televisiva, beghine, comunisti, un vescovo (anzi, un arcivescovo), storici dell’arte, vigili urbani, gerarchi nazisti, streghe, bariste, chiese diroccate e parecchi gatti.

Castel della Croce si acquista su Amazon per 1 euro tondo tondo; la lettura è gratis per gli abbonati a Kindle Unlimited.
Non è necessario avere un Kindle per leggere il racconto, che può essere convertito in ePub e trasferito su qualunque dispositivo usando Calibre.
Altrimenti, le app di lettura gratuite Kindle per computer, iOS e Android permettono di leggere gli ebook Kindle su praticamente qualsiasi dispositivo.