Un’intervista spadaccina

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(L’Isola del Teschio ha una nuova copertina da un po’, ma non l’avevo ancora mostrata)

Mauro Longo (autore di troppe cose per riassumerle qui) mi ha intervistato per il suo blog Caponata Meccanica.
Tra una melanzana, un cappero e un ingranaggio abbiamo parlato dello Spadaccino, di giochi di ruolo, di editoria do it yourself e di quello che troverete nel mio racconto per l’antologia Zappa & Spada, curata da Mauro in uscita prossimamente per i tipi di Acheron Books.
Mi sono divertito parecchio a rispondere alle domande, soprattutto perché a un certo punto ho potuto scrivere “EUMATE” (chi deve capire, capisce). C’è anche una parte in cui ci siamo io, una suora morta e un tizio strano chiusi in una stanza.

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La Ragazza e l’Angelo – Una storia dello Spadaccino

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Egitto, VII secolo d.C.
Una ragazzina sfuggita alla distruzione del suo villaggio incontra una creatura che cambierà la sua vita.

Nove secoli dopo, lo Spadaccino apre una tomba protetta da segni misteriosi e risveglia qualcosa che avrebbe dovuto restare sepolto per sempre.
L’unica salvezza sembra essere al riparo delle mura di un antico monastero cristiano, che custodisce un segreto millenario.

La Ragazza e l’Angelo.
Lo Spadaccino è tornato.
Questa volta i suoi viaggi lo hanno portato in Egitto, alla ricerca di antichità per conto di un ricco signore turco.
È una storia con dentro parecchio horror, più simile ai primi due racconti pubblicati che a Gatto e Libertà, con la quale ha un collegamento abbastanza diretto (anche se si svolge prima; un altro collegamento è con Colei che canta, ma non so in quanti se ne accorgeranno).

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Enzo Cilenti, qui nei panni di Childermass nella miniserie “Jonathan Strange & Mr Norrell”, è l’inconsapevole interprete ideale dello Spadaccino.

In origine questa doveva essere la terza storia dello Spadaccino; poi è rimasta bloccata per un sacco di tempo, fino a che un libro di William Dalrymple, From the Holy Mountain (l’edizione italiana, Dalla montagna sacra, pubblicata da Rizzoli, temo sia esaurita) non mi ha dato lo spunto per tirare fuori dalle secche il racconto.
Tra gli altri debiti che ho per questa storia sicuramente ci sono gli ultimi due anni di lavoro, in cui ho avuto a che fare con diverse cose legate all’Antico Egitto. Proprio per questo, però, non troverete niente di faraonico nella storia (se non un accenno): la consapevolezza che il rischi di scrivere sciocchezze perché la materia è immensa mi ha frenato parecchio.

Per l’occasione, ho cambiato lo stile della copertina, passando dalle silhouette alle fotografie; se l’esperimento funziona, penso che lo estenderò anche al resto del catalogo.

La Ragazza e l’Angelo si compra su Amazon per 99 centesimi (gratis per gli abbonati a Kindle Unlimited). Si legge su tutti i modelli Kindle e su qualsiasi altro device con le applicazioni di lettura Kindle.
Il file non è protetto da DRM, quindi può essere convertito in epub con Calibre e caricato sul vostro e-reader preferito.

Se vi è piaciuto, passate parola o recensitelo dove preferite.

Quella volta che ho avuto la stessa idea di Grant Morrison

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Lo sceneggiatore di fumetti Grant Morrison ha annunciato che la sua prossima storia per la rivista Heavy Metal si intitolerà The Savage Sword of Jesus Christ e sarà un mash-up tra Gesù Cristo e Conan il Barbaro.
Le prime tavole diffuse mostrano quella che per molti è semplicemente la scena della crocifissione, ma che per chiunque abbia familiarità con Conan in una qualsiasi delle sue incarnazioni (letteraria, fumettistica o cinematografica) è evidente che sia un richiamo a uno dei momenti – per me – più iconici della storia del personaggio. Quella volta che è stato crocefisso a un albero (succede in A witch shall be born, sia nel racconto sia nella trasposizione classica a fumetti e la scena è stata poi riadattata anche nel primo film, che in prima battuta doveva basarsi proprio su quella storia) e ha azzannato l’avvoltoio che era arrivato a beccarlo.

La cosa che mi diverte di più, però, è che io e Morrison abbiamo probabilmente pensato alla stessa cosa contemporaneamente, perché nella prima stesura di Castel della Croce, quando Carlo Cane va a vedere l’inaugurazione del crocifisso restaurato, si leggeva:

“Ringraziamo ancora il professore per questo illuminante intervento,” dice il sindaco accennando un applauso che viene proseguito da una piazza poco convinta e ancora meno disposta a perdere tempo sotto a un cielo che sta diventando sempre più scuro. “Ora però è giunto il momento di vedere finalmente il frutto dei lavori di restauro. Signore e signori, ecco. Castel della Croce ha di nuovo il suo crocifisso.”
Due chierichetti danno uno strattone ai cordoni dorati e il panno cade a terra. Questa volta l’applauso e lungo è convinto.
Per un attimo spero che il restauro sia stato affidato a dei pazzi e che ora il crocifisso mostri Conan il barbaro inchiodato a un albero che addenta un avvoltoio,  ma purtroppo la realtà mi delude ancora una volta. Da dove sono io, tutto quello che vedo è un corpo biancastro stagliato contro una croce di legno. Sul palco è tutto uno stringersi le mani, il vescovo annuisce compiaciuto.

Poi ho eliminato la battuta perché Carlo rischiava di diventare troppo Deadpool e diventare stucchevole, però l’ho scritta.
Che dire?
Great minds think alike.

In prima persona

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Castel della Croce è scritto tutto in prima persona.
Sulle prime, mi era sembrata, dal punto di vista della facilità di scrittura, un’idea geniale.
Che ci vuole? Scegli una “voce”, abbastanza simile a quella che userei io per raccontare a qualcuno qualcosa che mi è successo, e scrivi tutto così.

Effettivamente, in fase di scrittura i vantaggi sono stati tangibili: ho scritto parecchio in fretta (una volta deciso di completare la storia – che vegetava lì da un paio d’anni – e in che modo) e con un certo divertimento.
I dolori sono nati al momento della revisione.
Il problema con una prima persona che punta a ricreare un effetto di parlato è che non puoi a limitarti a scrivere come si parla, perché scritto e parlato sono due codici molto differenti. L’effetto che fa una trascrizione pura e semplice è di sciatteria; all’altro estremo dello spettro, c’è il rischio di far suonare la pagina artefatta e pretenziosa.
A complicare il tutto, c’era il fatto che il mio personaggio ha una spiccata tendenza all’ironia, all’autoironia e alla sdrammatizzazione. Tutte forme linguistiche non facilissime da trattare, anche perché avevo bisogno, comunque, di convincere il lettore a giocare al mio gioco. Lo spunto di Castel della Croce secondo me, infatti, regge se tenuto in un mondo leggermente bizzarro, leggermente sopra le righe; e l’unico strumento che ho per costruirlo è la voce del personaggio che al tempo stesso deve portare avanti la storia.
Quindi, si trattava di far stare tutto insieme, ricordandosi sempre le parole di Elmore Leonard:

If it sounds like writing, I rewrite it
(Se suona “scritto”, lo riscrivo)

Infatti, Castel della Croce è stato riscritto almeno due volte, dopo la prima stesura. Non da capo, ovviamente.
Ma questa forma, più vicina al monologo teatrale che alla narrativa rispetto a tutto quello che ho pubblicato finora, richiedeva un’attenzione che a volte era non per la frase nel suo insieme, ma per la singola parola, per il singolo segno di punteggiatura.
Io so con che ritmo, con che cadenza, con che inflessione, Carlo Cane racconta le cose che gli succedono. Ma gli strumenti che avevo a disposizione per trasmettere tutti questi aspetti extraverbali al lettore erano pochissimi.
Non dirò che ho risolto brillantemente tutti i problemi e che d’ora in poi scriverò solo così.
No.
Sono soddisfatto del risultato ma sono certo che tra due mesi riscriverei tutto da capo per la terza volta. E sono contento che questa storia mi abbia costretto a un’attenzione diversa da quella delle storie precedenti.
Ma credo che prima di riscrivere in questo stile farò passare del tempo.
Mi piacerebbe in futuro, però, riprendere Carlo, Ada e Leo, per vedere se possono inserirsi in un altro paio di storie di ambientazione e atmosfere simili (Genova, irruzione del fantastico nel quotidiano, trentenni…) che ho in sospeso da troppo tempo.
Per ora, lasciamo Carlo a godersi la sua acqua tonica, però.

Castel della Croce. Quasi una storia dello Spadaccino – ebook

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Fare l’indagatore dell’incubo può sembrare una buona idea, se non hai un lavoro, il tuo cognome è Cane e il tuo nome inizia con la C.
Ma Carlo Cane non può immaginare che cosa metteranno in modo le sue decisioni.

Un racconto sovrannaturale ambientato tra Genova e il suo entroterra, ambientato nello stesso universo narrativo delle Storie dello Spadaccino.

Quest’anno Dylan Dog ha compiuto trent’anni di vita editoriale, un evento festeggiato, tra l’altro, con il ritorno di Tiziano Sclavi alla scrittura, Dopo un lungo silenzio.
Siccome ho un grosso debito, a più livelli, con l’indagatore dell’incubo di Craven Road, volevo in qualche modo celebrare a mio modo questa ricorrenza. E quale modo migliore se non scrivere una storia che inizia con un coetaneo di Dylan Dog, ma genovese, che decide di darsi anche lui alla carriera di indagatore dell’incubo?

Castel della Croce, però, non è solo un omaggio a Dylan Dog. È anche un piccolo esperimento di creazione di un “universo condiviso” per le mie storie: chi ha letto Gatto e Libertà riconoscerà il toponimo che dà il titolo alla storia e, in effetti, questo nuovo racconto chiude, nel secondo decennio del XXI secolo, alcune vicende del XVI secolo (se non precedenti).
Ci sono vecchi partigiani, un cane, ragazze sboccate, star della seconda serata televisiva, beghine, comunisti, un vescovo (anzi, un arcivescovo), storici dell’arte, vigili urbani, gerarchi nazisti, streghe, bariste, chiese diroccate e parecchi gatti.

Castel della Croce si acquista su Amazon per 1 euro tondo tondo; la lettura è gratis per gli abbonati a Kindle Unlimited.
Non è necessario avere un Kindle per leggere il racconto, che può essere convertito in ePub e trasferito su qualunque dispositivo usando Calibre.
Altrimenti, le app di lettura gratuite Kindle per computer, iOS e Android permettono di leggere gli ebook Kindle su praticamente qualsiasi dispositivo.

Voi siete qui

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Le tre storie uscite finora dello Spadaccino sono state una specie di apprendistato. Ogni storia, in realtà, è un apprendistato: non c’è una regola universale per scrivere (o meglio, c’è ma è molto generica e non è il caso di parlarne ora), ogni volta quello che voi raccontare ti pone delle sfide nuove e gli strumenti per vincerle devi forgiarli su misura.
Nello specifico quello di cui sto parlando è lo spazio/tempo in cui si svolgono le storie.
L’Isola del Teschio ha delle coordinate spazio/temporali abbastanza vaghe. Siamo nel tardo XVI secolo, da qualche parte nel mare dei Caraibi. È parecchio tempo prima rispetto all’epoca d’oro della pirateria, ma in fondo non c’è nessun vero motivo per cui la storia sia ambientata in un secolo piuttosto che in un altro. I luoghi della storia sono abbastanza generici: una nave in mezzo al mare, un’isola che nessuno sa dove si trovi veramente.

Colei che canta ha una collocazione geografica precisa: Vienna. Perché Vienna? Perché nell’Isola mi ero divertito a inserire un tormentone: lo Spadaccino rievocava qualcosa che era successo a Vienna. Non so perché dovesse essere Vienna. Forse perché mi suonava bene il nome o perché evocava un posto diversissimo dai Caraibi e quindi dava l’idea che il personaggio avesse viaggiato molto. Però Vienna doveva essere (forse c’entrava inconsciamente pure Daniele Luttazzi).
Da lì, mi sono reso che la cosa più interessante successa a Vienna nel XVI secolo era senza dubbio l’assedio ottomano del 1529, meno famoso di quello del 1683 ma altrettanto importante. Però una storia ambientata durante l’assedio l’aveva già scritta Tim Powers (Il Re Pescatore, The Drawing of the Dark in originale) e siccome era la seconda storia che Powers incrociava la mia strada (l’Isola è ispirata alla saga dei Pirati dei Caraibi, che a sua volta è ispirata al videogioco Monkey Island, il cui creatore Ron Gilbert era un grande fan di Mari Stregati / On Stranger Tides – che poi è diventato la base del quarto film della serie) la cosa migliore da fare era spostarsi dopo l’assedio. L’evento storico ha condizionato uno snodo della trama, in un modo piuttosto naturale, come se non dovesse che essere così. Però Vienna, a parte questo, è solo una specie di fondale disegnato. Ho inventato gli spazi che mi servivano, senza curarmi troppo di quello che era davvero la città all’epoca.

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Infine, la vicenda di Gatto e Libertà è strettamente ancorata ad almeno due eventi realmente accaduti, di cui lo Spadaccino è testimone, che ho cercato di ricostruire nel modo più fedele possibile basandomi sulla documentazione che sono riuscito a reperire. Per di più, buona parte della storia si svolge a Genova, in luoghi reali che, in un caso almeno, è ancora oggi possibile visitare. Ma, soprattutto, Genova è la città in cui sono nato, in cui sono cresciuto e dove torno appena posso. Per la prima volta ho scritto di uno spazio che, almeno nelle distanze e nelle proporzioni conoscevo. Certo: parte della Genova cinquecentesca non esiste più, però so immaginare quanto ci volesse ad andare dal palazzo di Andrea Doria alle mura cittadine, quando dalle mura a piazza Sant’Andrea. Inoltre, nel racconto c’è un paesino che non esiste, ma al quale ha prestato diverse scenografie Triora. Quando scrivevo certe scene sapevo perfettamente dove si stavano svolgendo, perché c’ero stato l’estate precedente. Allo stesso tempo, ho barato ferocemente e ho fatto succedere nella mia versione di Triora (che si trova pure parecchio lontana da quella vera) delle cose che nella realtà a Triora sono successe solo molto più tardi. D’altro canto, la scansione temporale degli eventi genovesi della storia mi ha costretto a trovare un modo di tenere lo Spadaccino impegnato per tutti i giorni che mi servivano, perché non volevo fare muovere i personaggi storici coinvolti in modo diverso dalla realtà (volevo evitare l’effetto “Bernardo Gui che muore alla fine del film del Nome della Rosa perché faceva bello, nonostante Eco avesse passato settimane a studiare i suoi spostamenti per capire in che mese e in che anno era realistico ambientare il libro”).

Dopo questo crescendo, la nuova storia dello Spadaccino che sto scrivendo fa un passo indietro: un anno vago, un’ambientazione esotica per lo più ricreata ex novo ma cercando di sfruttare le peculiarità del luogo per rendere più interessante la vicenda. Sarà però una storia che, pur rimanendo comprensibile anche senza avere letto le altre, sarà collegata sia alle vicende viennesi sia a quelle genovesi. La sfida sarà trovare il modo di fare capire a chi le ha già lette quali siano questi legami, ma senza rovinare la sorpresa per chi deve ancora leggerle. Sfide diverse, soluzioni diverse.
La prossima, magari, parleremo della regola zero.

Scrivere lo Spadaccino

 

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Enzo Cilenti, volto ufficiale dello Spadaccino.

Alcune cose che riguardano lo Spadaccino, scritte durante la revisione di Gatto e Libertà.

La prima storia dello Spadaccino è nata più o meno per gioco.
Era un periodo che stavo leggendo parecchie cose di Robert E. Howard in inglese, nelle belle edizioni Del Rey, e avevo voglia di provare di nuovo a scrivere qualcosa del genere, molti anni dopo aver smesso di produrre brevi fan fiction di Solomon Kane (che non linko perché oggi mi sembrano piuttosto deboli e non riesco a leggerle senza vederne i difetti e solo quelli). Ma siccome scrivere fan fiction è un vicolo cieco e l’idea era di avere qualcosa di buono abbastanza da potere essere venduto come ebook, ho deciso di tenere quell’estetica ma spostare un po’ di paletti per creare un personaggio che fosse più mio.
Cosa voleva dire tenere la linea delle storie di Solomon Kane?
Se avete visto il film con James Purfoy, ecco: quello non è Solomon Kane (del film parlai qui) e quelle non sono le atmosfere di Solomon Kane o della sword and sorcery in generale.
Sono molto grato a Davide Mana (scrittore, autore di giochi e blogger) per avere spiegato molto bene questa cosa in suo post: Continua a leggere

Idee

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“Ma cosa ti salta in testa?”
“Micro-trolls, naturalmente”
(Dylan Dog 41, 
Golconda!)

“Ma dove prendi le idee?”
È probabilmente la domanda che chi scrive – o in generale si occupa di qualcosa di creativo, nel tempo libero o per lavoro – si sente rivolgere più spesso.
Da tempo si è sviluppata tutta una casistica di risposte più o meno spiritose e sarcastiche:

In the beginning, I used to tell people the not very funny answers, the flip ones: ‘From the Idea-of-the-Month Club,’ I’d say, or ‘From a little ideas shop in Bognor Regis,’ ‘From a dusty old book full of ideas in my basement,’ or even ‘From Pete Atkins.’ (The last is slightly esoteric, and may need a little explanation. Pete Atkins is a screenwriter and novelist friend of mine, and we decided a while ago that when asked, I would say that I got them from him, and he’d say he got them from me. It seemed to make sense at the time.)
Neil Gaiman

Risposte che poi, più seriamente, confluiscono tutte nel più onesto “arrivano”.
Effettivamente, è un concetto un po’ difficile da immaginare se non si ha questo tipo di forma mentis, ma per certe persone, chi più chi meno, è così. Ogni tanto, i tuoi neuroni vanno per i fatti loro, una sinapsi si attacca a un’altra, succedono alcune cose chimico-elettriche nel tuo cervello e, ops, ti trovi con qualcosa dentro la testa che prima non c’era.
Poi, certo, esistono dei trucchetti per stimolare questo fenomeno.
Il più efficace è quello di domandarsi “… e se?”.
Ha funzionato così con L’isola del Teschio (“… e se dei pirati fossero sulle tracce di un tesoro ma… (e a questo punto se avete letto la storia sapete quali sono i se, se non l’avete letta non vi rovinerò certo le sorprese)“, ha funzionato così con Gatto e Libertà (“… e se quel personaggio storico lì… (di nuovo, c’è chi sa e c’è chi ha la fortuna di poterlo ancora scoprire)“. Una volta con un amico abbiamo iniziato a domandarci “e se il G8 di Genova si fosse svolto a Paperopoli, coni personaggi dei fumetti Disney?”; il risultato è Paperino e Paperoga contro il G8.
Un buon “… e se?”, insomma, è come il granello di sabbia giusto in un’ostrica, attorno al quale si sviluppa una bella perla. O meglio, i cristalli di zucchero su un bastoncino che, se immersi nella giusta soluzione alla giusta temperatura, danno vita a formazioni bellissime (e buonissime)

Il problema, però, è che salvo casi fortunati, l’idea non ti arriva in testa nella forma di una storia compiuta dall’inizio alla fine. Più spesso, l’idea è un piccolo grumo di senso: può essere una frase, un’immagine, un personaggio, una situazione. Quasi mai è una trama che va da A a B e poi a C, magari fino a D per poi chiudersi elegantemente tornando ad A.
A questo punto entra in gioco un’altra capacità: quella di avere una piccola parte del cervello che, qualsiasi cosa tu stia facendo, lavora in background e rimugina su quello che hai a disposizione. Senza quasi che tu non te ne accorga, come un client torrent che scarica, magari a 4 kb/s un film enorme mentre tu fai dell’altro. E poi a un certo punto, TING!, ha fatto.
Questo per dire, per esempio, che ho capito come dovevo chiudere l’ultimo atto di Gatto e Libertà una sera, tornando dal lavoro, mentre scaricavo la bicicletta dal treno ed ero attento unicamente a come completare l’operazione senza ammazzare nessuno. E, nelle settimane precedenti, lo stesso era successo per diversi altri snodi della trama: a volte le soluzioni ti vengono in mente mentre scrivi, altre volte quasi da sole, mentre hai smesso di pensarci.
E, come dicevano quelli, è una specie di magia.