Zappa e Spada – Spaghetti Fantasy

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la copertina stesa in tutta la sua maestosità

Quando qualche mese fa sono stato arruolato da Mauro Longo nella colorita ciurma di Zappa e Spada – Spaghetti Fantasy (e qui ci vuole un ringraziamento a Umberto Pignatelli, che ha messo in moto gli ingranaggi) e mi sono trovato a dover mettere insieme una storia di fantasy “all’italiana”, la prima cosa a cui ho pensato sono stati i santi. Continua a leggere

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Sergio “Alan D.” Altieri

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Lʼuomo esterno
Una storia di mafia con il respiro di un grande film d’azione. Violenza, sangue, personaggi lineari e funzionali, e una grande scrittura che tiene assieme il tutto. La Milano più spaventosa dai tempi di Scerbanenco.

Kondor
Una guerra per il petrolio tra Occidente e Islam. Un gruppo di supersoldati delle forze speciali. Complotti. Tradimenti. Colpi di scena. Sangue. Piombo. L’Inferno in terra, una discesa senza paracadute verso il cuore 48
della Bestia. Vertiginoso, eccessivo e ubriacante. Altieri entra nel novero dei miei autori preferiti, senza se e senza ma.

Così, nell’agosto del 2005, registravo sul mio blog di allora la scoperta dei romanzi di Alan D. Altieri. Era una scoperta avvenuta, come molte delle cose migliori della vita, per caso, sulle pagine di un fumetto (era il terzo numero di Detective Dante, di Bartoli e Recchioni, sul quale c’era una pagina dedicata ai profili di autori di gialli, noir e thriller). Ricordo che Recchioni scriveva che i personaggi di Altieri a volte “sparano per pensare”, che è una definizione bellissima.

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Detective Dante #3, Uomini di Fango

Con la sua morte improvvisa, Sergio Altieri si è portato via uno stile unico e impossibile. Come i veri grandi, Altieri per le sue storie si era inventato una lingua che era sua e di nessun altro. Certo, è facile imitarne gli stilemi più superficiali: frasi secche, paratassi, ripetizione, frasi nominali, qualche tecnicismo. Ma solo nelle sue mani quella lingua assurda, che a volte suonava come una traduzione dall’inglese carica di calchi poco eleganti, detona come un ordigno perfettamente calibrato, con una precisione ingegneristica e diabolica. Che racconti un futuro sconvolto dai cambiamenti climatici, una guerra di mafia o la guerra dei Trent’Anni, Altieri sembra avanzare tra le pagine in un tripudio di metallo, scintillante, rigoroso e mortale, dominato da forze ineluttabili che forse nessun altro ha mai saputo descrivere così bene.
Altieri è un gigantesco cantore del visibile, le sue descrizioni sono oltre la cinematografia, il sogno e l’incubo di qualsiasi addetto agli effetti speciali; ma è anche un grande cantore dell’invisibile. Le leggi fisiche che regolano il moto dei proiettili, delle armi, dei veicoli; le pulsioni, i moti della storia, la vendetta, l’odio, la rabbia, sono tutti elementi che pervadono le sue storie, che le portano avanti per centinaia e centinaia di pagine verso l’ineluttabile, precisa, conclusione.
Devo confessare di non avere ancora fatto l’orecchio all’ultima evoluzione di questo stile, che lo estremizza fino a renderlo un mosaico di schegge impazzite di italiano, slang americano, sigle; quello stile che si trova nella produzione post-Magdeburg, nella nuova saga fantascientifica e nei racconti inediti scritti per la collezione dei racconti uscita in più volumi per TEA.
Però vorrei segnalare un gioiello, nella sterminata produzione di Altieri, un piccolo racconto che in qualche modo riassume molti dei motivi della sua opera, un genere di cose che mi piace tantissimo, perché se è vero che bisogna essere molto bravi per gestire trame che si dipanano per centinaia di pagine, bisogna anche esserlo per trovare storie che si possano raccontare brevemente senza che perdano potenza. Il racconto si chiama Ponte e lo trovate o nel primo volume della raccolta di racconti TEA, Armageddon, oppure nel volume dei Meridiani Mondadori dedicato ai racconti del Novecento italiano. Per dire. Ponte è un piccolo racconto, ma potentissimo, che potrebbe essere definito come un thriller ingegneristico, in cui degli uomini cercano di costruire, appunto, un ponte, in una zona dei locali che le superstizioni dei locali considerano maledetta. È uno scontro tra uomini e natura, tra razionalità e animismo, in apparenza semplicissimo, ma che spara in faccia al lettore una forza inarrestabile in pochissime pagine. Il paradosso è che è un racconto per certi versi, nel complesso della sua opera, misuratissimo, in cui Altieri riesce a sfoderare tutta la sua potenza senza quasi ricorrere a effetti speciali

Mancherà. E lascerà alcuni di noi, come me, privi della possibilità di averlo ringraziato per le sue storie, i suoi personaggi, per i libri scritti, quelli tradotti e quelli mandati in edicola come curatore.

Quella volta che ho avuto la stessa idea di Grant Morrison

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Lo sceneggiatore di fumetti Grant Morrison ha annunciato che la sua prossima storia per la rivista Heavy Metal si intitolerà The Savage Sword of Jesus Christ e sarà un mash-up tra Gesù Cristo e Conan il Barbaro.
Le prime tavole diffuse mostrano quella che per molti è semplicemente la scena della crocifissione, ma che per chiunque abbia familiarità con Conan in una qualsiasi delle sue incarnazioni (letteraria, fumettistica o cinematografica) è evidente che sia un richiamo a uno dei momenti – per me – più iconici della storia del personaggio. Quella volta che è stato crocefisso a un albero (succede in A witch shall be born, sia nel racconto sia nella trasposizione classica a fumetti e la scena è stata poi riadattata anche nel primo film, che in prima battuta doveva basarsi proprio su quella storia) e ha azzannato l’avvoltoio che era arrivato a beccarlo.

La cosa che mi diverte di più, però, è che io e Morrison abbiamo probabilmente pensato alla stessa cosa contemporaneamente, perché nella prima stesura di Castel della Croce, quando Carlo Cane va a vedere l’inaugurazione del crocifisso restaurato, si leggeva:

“Ringraziamo ancora il professore per questo illuminante intervento,” dice il sindaco accennando un applauso che viene proseguito da una piazza poco convinta e ancora meno disposta a perdere tempo sotto a un cielo che sta diventando sempre più scuro. “Ora però è giunto il momento di vedere finalmente il frutto dei lavori di restauro. Signore e signori, ecco. Castel della Croce ha di nuovo il suo crocifisso.”
Due chierichetti danno uno strattone ai cordoni dorati e il panno cade a terra. Questa volta l’applauso e lungo è convinto.
Per un attimo spero che il restauro sia stato affidato a dei pazzi e che ora il crocifisso mostri Conan il barbaro inchiodato a un albero che addenta un avvoltoio,  ma purtroppo la realtà mi delude ancora una volta. Da dove sono io, tutto quello che vedo è un corpo biancastro stagliato contro una croce di legno. Sul palco è tutto uno stringersi le mani, il vescovo annuisce compiaciuto.

Poi ho eliminato la battuta perché Carlo rischiava di diventare troppo Deadpool e diventare stucchevole, però l’ho scritta.
Che dire?
Great minds think alike.

Bau!

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Questo feroce cane spadaccino si chiama Mr. Tucker, cliccando sulla foto si arriva al blog da cui l’ho presa.

Siccome ho la memoria di un pesce rosso, mi sono reso conto solo ora che Castel della Croce non è il primo racconto che scrivo con un personaggio che si chiama Cane.
Nell’Isola del Teschio, lo Spadaccino si fa chiamare da Amra, appunto, Cane.
Ovviamente le due cose sono completamente scollegate tra loro.
Così come, so che non mi crederà nessuno, quando scrissi il dialogo tra Amra e lo Spadaccino non mi passò neanche per un istante per la mente che Cane poteva sembrare un richiamo al cognome di Solomon Kane, il personaggio di Robert E. Howard che ne è il diretto ispiratore.

In prima persona

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Castel della Croce è scritto tutto in prima persona.
Sulle prime, mi era sembrata, dal punto di vista della facilità di scrittura, un’idea geniale.
Che ci vuole? Scegli una “voce”, abbastanza simile a quella che userei io per raccontare a qualcuno qualcosa che mi è successo, e scrivi tutto così.

Effettivamente, in fase di scrittura i vantaggi sono stati tangibili: ho scritto parecchio in fretta (una volta deciso di completare la storia – che vegetava lì da un paio d’anni – e in che modo) e con un certo divertimento.
I dolori sono nati al momento della revisione.
Il problema con una prima persona che punta a ricreare un effetto di parlato è che non puoi a limitarti a scrivere come si parla, perché scritto e parlato sono due codici molto differenti. L’effetto che fa una trascrizione pura e semplice è di sciatteria; all’altro estremo dello spettro, c’è il rischio di far suonare la pagina artefatta e pretenziosa.
A complicare il tutto, c’era il fatto che il mio personaggio ha una spiccata tendenza all’ironia, all’autoironia e alla sdrammatizzazione. Tutte forme linguistiche non facilissime da trattare, anche perché avevo bisogno, comunque, di convincere il lettore a giocare al mio gioco. Lo spunto di Castel della Croce secondo me, infatti, regge se tenuto in un mondo leggermente bizzarro, leggermente sopra le righe; e l’unico strumento che ho per costruirlo è la voce del personaggio che al tempo stesso deve portare avanti la storia.
Quindi, si trattava di far stare tutto insieme, ricordandosi sempre le parole di Elmore Leonard:

If it sounds like writing, I rewrite it
(Se suona “scritto”, lo riscrivo)

Infatti, Castel della Croce è stato riscritto almeno due volte, dopo la prima stesura. Non da capo, ovviamente.
Ma questa forma, più vicina al monologo teatrale che alla narrativa rispetto a tutto quello che ho pubblicato finora, richiedeva un’attenzione che a volte era non per la frase nel suo insieme, ma per la singola parola, per il singolo segno di punteggiatura.
Io so con che ritmo, con che cadenza, con che inflessione, Carlo Cane racconta le cose che gli succedono. Ma gli strumenti che avevo a disposizione per trasmettere tutti questi aspetti extraverbali al lettore erano pochissimi.
Non dirò che ho risolto brillantemente tutti i problemi e che d’ora in poi scriverò solo così.
No.
Sono soddisfatto del risultato ma sono certo che tra due mesi riscriverei tutto da capo per la terza volta. E sono contento che questa storia mi abbia costretto a un’attenzione diversa da quella delle storie precedenti.
Ma credo che prima di riscrivere in questo stile farò passare del tempo.
Mi piacerebbe in futuro, però, riprendere Carlo, Ada e Leo, per vedere se possono inserirsi in un altro paio di storie di ambientazione e atmosfere simili (Genova, irruzione del fantastico nel quotidiano, trentenni…) che ho in sospeso da troppo tempo.
Per ora, lasciamo Carlo a godersi la sua acqua tonica, però.

Sì, una regola c’è

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Quando si parla di scrittura, prima o poi saltano fuori “le regole”.
E sembra che scrivere sia un po’ come giocare a Rolemaster, il famigerato gioco ruolo di cui si diceva scherzando che avesse persino una tabella per le penalità da scarpe troppo strette.
Il lettore, sostengono i rule lawyers della scrittura, nasce con un set di regole incorporato, una griglia alla quale rapporta qualsiasi cosa legga. Al primo sgarro, sei fuori.
Fallo di infodump.
Fallo di tell.
Fallo di regole. Nel senso di…

La verità, almeno la mia verità, è che la faccenda è molto più semplice. E al tempo stesso molto più complicata.
Il lettore, almeno il lettore medio, di teoria narrativa, non ne sa mezza. E probabilmente non ne vuole sapere mezza.
Il lettore è qualcuno che ha deciso di investire una certa quantità del suo tempo libero (in concorrenza con altre occupazioni) per leggere quello che hai scritto. Siccome probabilmente è un seguace dei diritti identificati da Pennac, forse non è nemmeno sicuro che sia disposto a investire tutto il tempo che ha pianificato. Se si annoia, potrebbe mollare lì tutto e accendere la televisione, controllare facebook, fare un paio di livelli a Candy Crush, mandare messaggi all’amore della sua vita…
E se è uno di quelli che per principio arrivano in fondo alle cose, quando ci sarà arrivato avrà le palle piene della vostra storia, di voi e di qualsiasi altra storia abbiate scritto o scriverete. Palle piene e una rete sociale a cui comunicarlo, a voce o via internet.
Iniziate a capire qual è la regola? A questo punto non deve essere difficile dare la risposta.
La regola zero, l’unica che vale davvero sempre e comunque, qualsiasi cosa stiate scrivendo, che sia una saga tecnho-noir-fantasy in diciottomila volumi con quarantadue razza di umanoidi proetiformi con sei generi sessuali principali e diciannove sottogeneri o che sia una storia intimista di nuance e sfumature, è semplicemente Continua a leggere

Voi siete qui

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Le tre storie uscite finora dello Spadaccino sono state una specie di apprendistato. Ogni storia, in realtà, è un apprendistato: non c’è una regola universale per scrivere (o meglio, c’è ma è molto generica e non è il caso di parlarne ora), ogni volta quello che voi raccontare ti pone delle sfide nuove e gli strumenti per vincerle devi forgiarli su misura.
Nello specifico quello di cui sto parlando è lo spazio/tempo in cui si svolgono le storie.
L’Isola del Teschio ha delle coordinate spazio/temporali abbastanza vaghe. Siamo nel tardo XVI secolo, da qualche parte nel mare dei Caraibi. È parecchio tempo prima rispetto all’epoca d’oro della pirateria, ma in fondo non c’è nessun vero motivo per cui la storia sia ambientata in un secolo piuttosto che in un altro. I luoghi della storia sono abbastanza generici: una nave in mezzo al mare, un’isola che nessuno sa dove si trovi veramente.

Colei che canta ha una collocazione geografica precisa: Vienna. Perché Vienna? Perché nell’Isola mi ero divertito a inserire un tormentone: lo Spadaccino rievocava qualcosa che era successo a Vienna. Non so perché dovesse essere Vienna. Forse perché mi suonava bene il nome o perché evocava un posto diversissimo dai Caraibi e quindi dava l’idea che il personaggio avesse viaggiato molto. Però Vienna doveva essere (forse c’entrava inconsciamente pure Daniele Luttazzi).
Da lì, mi sono reso che la cosa più interessante successa a Vienna nel XVI secolo era senza dubbio l’assedio ottomano del 1529, meno famoso di quello del 1683 ma altrettanto importante. Però una storia ambientata durante l’assedio l’aveva già scritta Tim Powers (Il Re Pescatore, The Drawing of the Dark in originale) e siccome era la seconda storia che Powers incrociava la mia strada (l’Isola è ispirata alla saga dei Pirati dei Caraibi, che a sua volta è ispirata al videogioco Monkey Island, il cui creatore Ron Gilbert era un grande fan di Mari Stregati / On Stranger Tides – che poi è diventato la base del quarto film della serie) la cosa migliore da fare era spostarsi dopo l’assedio. L’evento storico ha condizionato uno snodo della trama, in un modo piuttosto naturale, come se non dovesse che essere così. Però Vienna, a parte questo, è solo una specie di fondale disegnato. Ho inventato gli spazi che mi servivano, senza curarmi troppo di quello che era davvero la città all’epoca.

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Infine, la vicenda di Gatto e Libertà è strettamente ancorata ad almeno due eventi realmente accaduti, di cui lo Spadaccino è testimone, che ho cercato di ricostruire nel modo più fedele possibile basandomi sulla documentazione che sono riuscito a reperire. Per di più, buona parte della storia si svolge a Genova, in luoghi reali che, in un caso almeno, è ancora oggi possibile visitare. Ma, soprattutto, Genova è la città in cui sono nato, in cui sono cresciuto e dove torno appena posso. Per la prima volta ho scritto di uno spazio che, almeno nelle distanze e nelle proporzioni conoscevo. Certo: parte della Genova cinquecentesca non esiste più, però so immaginare quanto ci volesse ad andare dal palazzo di Andrea Doria alle mura cittadine, quando dalle mura a piazza Sant’Andrea. Inoltre, nel racconto c’è un paesino che non esiste, ma al quale ha prestato diverse scenografie Triora. Quando scrivevo certe scene sapevo perfettamente dove si stavano svolgendo, perché c’ero stato l’estate precedente. Allo stesso tempo, ho barato ferocemente e ho fatto succedere nella mia versione di Triora (che si trova pure parecchio lontana da quella vera) delle cose che nella realtà a Triora sono successe solo molto più tardi. D’altro canto, la scansione temporale degli eventi genovesi della storia mi ha costretto a trovare un modo di tenere lo Spadaccino impegnato per tutti i giorni che mi servivano, perché non volevo fare muovere i personaggi storici coinvolti in modo diverso dalla realtà (volevo evitare l’effetto “Bernardo Gui che muore alla fine del film del Nome della Rosa perché faceva bello, nonostante Eco avesse passato settimane a studiare i suoi spostamenti per capire in che mese e in che anno era realistico ambientare il libro”).

Dopo questo crescendo, la nuova storia dello Spadaccino che sto scrivendo fa un passo indietro: un anno vago, un’ambientazione esotica per lo più ricreata ex novo ma cercando di sfruttare le peculiarità del luogo per rendere più interessante la vicenda. Sarà però una storia che, pur rimanendo comprensibile anche senza avere letto le altre, sarà collegata sia alle vicende viennesi sia a quelle genovesi. La sfida sarà trovare il modo di fare capire a chi le ha già lette quali siano questi legami, ma senza rovinare la sorpresa per chi deve ancora leggerle. Sfide diverse, soluzioni diverse.
La prossima, magari, parleremo della regola zero.

Checkpoint Pasta – ebook gratuito

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Checkpoint Pasta è una storia che mi accompagna da tantissimo tempo. È una storia di guerra, ambientata immediatamente prima, durante e immediatamente dopo la “battaglia del pastificio” di Mogadiscio, il 2 luglio 1993.
Quando la scrissi, doveva essere il prologo di un’altra vicenda. Ho alcuni abbozzi di questo progetto, ma non l’ho mai completato (e nemmeno delineato bene). Checkpoint Pasta però funzionava anche da solo; anzi, forse è più efficace così.
L’avevo già messo online alcuni anni fa, ma ora che si parla della partecipazione dell’Italia a operazioni militari in una sua ex colonia ho avuto come un deja vu e ho pensato che fosse il momento buono per rimetterci mano. In realtà non è cambiato granché dalla versione precedente: ho aggiustato qualche frase, ridotto qualche “altierismo” davvero troppo di maniera, aggiornato le note in fondo al testo, preparato una copertina.
È una storia sporca e veloce, dove racconto la battaglia così come l’ho ricostruita dalle fonti dei militari italiani ma la contestualizzo secondo il principio del “pensare male”.

Buona lettura.

Checkpoint Pasta – PDF
Checkpoint Pasta – ePub
Checkpoint Pasta – Mobi (per Kindle)

Scrivere lo Spadaccino

 

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Enzo Cilenti, volto ufficiale dello Spadaccino.

Alcune cose che riguardano lo Spadaccino, scritte durante la revisione di Gatto e Libertà.

La prima storia dello Spadaccino è nata più o meno per gioco.
Era un periodo che stavo leggendo parecchie cose di Robert E. Howard in inglese, nelle belle edizioni Del Rey, e avevo voglia di provare di nuovo a scrivere qualcosa del genere, molti anni dopo aver smesso di produrre brevi fan fiction di Solomon Kane (che non linko perché oggi mi sembrano piuttosto deboli e non riesco a leggerle senza vederne i difetti e solo quelli). Ma siccome scrivere fan fiction è un vicolo cieco e l’idea era di avere qualcosa di buono abbastanza da potere essere venduto come ebook, ho deciso di tenere quell’estetica ma spostare un po’ di paletti per creare un personaggio che fosse più mio.
Cosa voleva dire tenere la linea delle storie di Solomon Kane?
Se avete visto il film con James Purfoy, ecco: quello non è Solomon Kane (del film parlai qui) e quelle non sono le atmosfere di Solomon Kane o della sword and sorcery in generale.
Sono molto grato a Davide Mana (scrittore, autore di giochi e blogger) per avere spiegato molto bene questa cosa in suo post: Continua a leggere