In prima persona

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Castel della Croce è scritto tutto in prima persona.
Sulle prime, mi era sembrata, dal punto di vista della facilità di scrittura, un’idea geniale.
Che ci vuole? Scegli una “voce”, abbastanza simile a quella che userei io per raccontare a qualcuno qualcosa che mi è successo, e scrivi tutto così.

Effettivamente, in fase di scrittura i vantaggi sono stati tangibili: ho scritto parecchio in fretta (una volta deciso di completare la storia – che vegetava lì da un paio d’anni – e in che modo) e con un certo divertimento.
I dolori sono nati al momento della revisione.
Il problema con una prima persona che punta a ricreare un effetto di parlato è che non puoi a limitarti a scrivere come si parla, perché scritto e parlato sono due codici molto differenti. L’effetto che fa una trascrizione pura e semplice è di sciatteria; all’altro estremo dello spettro, c’è il rischio di far suonare la pagina artefatta e pretenziosa.
A complicare il tutto, c’era il fatto che il mio personaggio ha una spiccata tendenza all’ironia, all’autoironia e alla sdrammatizzazione. Tutte forme linguistiche non facilissime da trattare, anche perché avevo bisogno, comunque, di convincere il lettore a giocare al mio gioco. Lo spunto di Castel della Croce secondo me, infatti, regge se tenuto in un mondo leggermente bizzarro, leggermente sopra le righe; e l’unico strumento che ho per costruirlo è la voce del personaggio che al tempo stesso deve portare avanti la storia.
Quindi, si trattava di far stare tutto insieme, ricordandosi sempre le parole di Elmore Leonard:

If it sounds like writing, I rewrite it
(Se suona “scritto”, lo riscrivo)

Infatti, Castel della Croce è stato riscritto almeno due volte, dopo la prima stesura. Non da capo, ovviamente.
Ma questa forma, più vicina al monologo teatrale che alla narrativa rispetto a tutto quello che ho pubblicato finora, richiedeva un’attenzione che a volte era non per la frase nel suo insieme, ma per la singola parola, per il singolo segno di punteggiatura.
Io so con che ritmo, con che cadenza, con che inflessione, Carlo Cane racconta le cose che gli succedono. Ma gli strumenti che avevo a disposizione per trasmettere tutti questi aspetti extraverbali al lettore erano pochissimi.
Non dirò che ho risolto brillantemente tutti i problemi e che d’ora in poi scriverò solo così.
No.
Sono soddisfatto del risultato ma sono certo che tra due mesi riscriverei tutto da capo per la terza volta. E sono contento che questa storia mi abbia costretto a un’attenzione diversa da quella delle storie precedenti.
Ma credo che prima di riscrivere in questo stile farò passare del tempo.
Mi piacerebbe in futuro, però, riprendere Carlo, Ada e Leo, per vedere se possono inserirsi in un altro paio di storie di ambientazione e atmosfere simili (Genova, irruzione del fantastico nel quotidiano, trentenni…) che ho in sospeso da troppo tempo.
Per ora, lasciamo Carlo a godersi la sua acqua tonica, però.

Castel della Croce. Quasi una storia dello Spadaccino – ebook

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Fare l’indagatore dell’incubo può sembrare una buona idea, se non hai un lavoro, il tuo cognome è Cane e il tuo nome inizia con la C.
Ma Carlo Cane non può immaginare che cosa metteranno in modo le sue decisioni.

Un racconto sovrannaturale ambientato tra Genova e il suo entroterra, ambientato nello stesso universo narrativo delle Storie dello Spadaccino.

Quest’anno Dylan Dog ha compiuto trent’anni di vita editoriale, un evento festeggiato, tra l’altro, con il ritorno di Tiziano Sclavi alla scrittura, Dopo un lungo silenzio.
Siccome ho un grosso debito, a più livelli, con l’indagatore dell’incubo di Craven Road, volevo in qualche modo celebrare a mio modo questa ricorrenza. E quale modo migliore se non scrivere una storia che inizia con un coetaneo di Dylan Dog, ma genovese, che decide di darsi anche lui alla carriera di indagatore dell’incubo?

Castel della Croce, però, non è solo un omaggio a Dylan Dog. È anche un piccolo esperimento di creazione di un “universo condiviso” per le mie storie: chi ha letto Gatto e Libertà riconoscerà il toponimo che dà il titolo alla storia e, in effetti, questo nuovo racconto chiude, nel secondo decennio del XXI secolo, alcune vicende del XVI secolo (se non precedenti).
Ci sono vecchi partigiani, un cane, ragazze sboccate, star della seconda serata televisiva, beghine, comunisti, un vescovo (anzi, un arcivescovo), storici dell’arte, vigili urbani, gerarchi nazisti, streghe, bariste, chiese diroccate e parecchi gatti.

Castel della Croce si acquista su Amazon per 1 euro tondo tondo; la lettura è gratis per gli abbonati a Kindle Unlimited.
Non è necessario avere un Kindle per leggere il racconto, che può essere convertito in ePub e trasferito su qualunque dispositivo usando Calibre.
Altrimenti, le app di lettura gratuite Kindle per computer, iOS e Android permettono di leggere gli ebook Kindle su praticamente qualsiasi dispositivo.

Sì, una regola c’è

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Quando si parla di scrittura, prima o poi saltano fuori “le regole”.
E sembra che scrivere sia un po’ come giocare a Rolemaster, il famigerato gioco ruolo di cui si diceva scherzando che avesse persino una tabella per le penalità da scarpe troppo strette.
Il lettore, sostengono i rule lawyers della scrittura, nasce con un set di regole incorporato, una griglia alla quale rapporta qualsiasi cosa legga. Al primo sgarro, sei fuori.
Fallo di infodump.
Fallo di tell.
Fallo di regole. Nel senso di…

La verità, almeno la mia verità, è che la faccenda è molto più semplice. E al tempo stesso molto più complicata.
Il lettore, almeno il lettore medio, di teoria narrativa, non ne sa mezza. E probabilmente non ne vuole sapere mezza.
Il lettore è qualcuno che ha deciso di investire una certa quantità del suo tempo libero (in concorrenza con altre occupazioni) per leggere quello che hai scritto. Siccome probabilmente è un seguace dei diritti identificati da Pennac, forse non è nemmeno sicuro che sia disposto a investire tutto il tempo che ha pianificato. Se si annoia, potrebbe mollare lì tutto e accendere la televisione, controllare facebook, fare un paio di livelli a Candy Crush, mandare messaggi all’amore della sua vita…
E se è uno di quelli che per principio arrivano in fondo alle cose, quando ci sarà arrivato avrà le palle piene della vostra storia, di voi e di qualsiasi altra storia abbiate scritto o scriverete. Palle piene e una rete sociale a cui comunicarlo, a voce o via internet.
Iniziate a capire qual è la regola? A questo punto non deve essere difficile dare la risposta.
La regola zero, l’unica che vale davvero sempre e comunque, qualsiasi cosa stiate scrivendo, che sia una saga tecnho-noir-fantasy in diciottomila volumi con quarantadue razza di umanoidi proetiformi con sei generi sessuali principali e diciannove sottogeneri o che sia una storia intimista di nuance e sfumature, è semplicemente Continua a leggere

Voi siete qui

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Le tre storie uscite finora dello Spadaccino sono state una specie di apprendistato. Ogni storia, in realtà, è un apprendistato: non c’è una regola universale per scrivere (o meglio, c’è ma è molto generica e non è il caso di parlarne ora), ogni volta quello che voi raccontare ti pone delle sfide nuove e gli strumenti per vincerle devi forgiarli su misura.
Nello specifico quello di cui sto parlando è lo spazio/tempo in cui si svolgono le storie.
L’Isola del Teschio ha delle coordinate spazio/temporali abbastanza vaghe. Siamo nel tardo XVI secolo, da qualche parte nel mare dei Caraibi. È parecchio tempo prima rispetto all’epoca d’oro della pirateria, ma in fondo non c’è nessun vero motivo per cui la storia sia ambientata in un secolo piuttosto che in un altro. I luoghi della storia sono abbastanza generici: una nave in mezzo al mare, un’isola che nessuno sa dove si trovi veramente.

Colei che canta ha una collocazione geografica precisa: Vienna. Perché Vienna? Perché nell’Isola mi ero divertito a inserire un tormentone: lo Spadaccino rievocava qualcosa che era successo a Vienna. Non so perché dovesse essere Vienna. Forse perché mi suonava bene il nome o perché evocava un posto diversissimo dai Caraibi e quindi dava l’idea che il personaggio avesse viaggiato molto. Però Vienna doveva essere (forse c’entrava inconsciamente pure Daniele Luttazzi).
Da lì, mi sono reso che la cosa più interessante successa a Vienna nel XVI secolo era senza dubbio l’assedio ottomano del 1529, meno famoso di quello del 1683 ma altrettanto importante. Però una storia ambientata durante l’assedio l’aveva già scritta Tim Powers (Il Re Pescatore, The Drawing of the Dark in originale) e siccome era la seconda storia che Powers incrociava la mia strada (l’Isola è ispirata alla saga dei Pirati dei Caraibi, che a sua volta è ispirata al videogioco Monkey Island, il cui creatore Ron Gilbert era un grande fan di Mari Stregati / On Stranger Tides – che poi è diventato la base del quarto film della serie) la cosa migliore da fare era spostarsi dopo l’assedio. L’evento storico ha condizionato uno snodo della trama, in un modo piuttosto naturale, come se non dovesse che essere così. Però Vienna, a parte questo, è solo una specie di fondale disegnato. Ho inventato gli spazi che mi servivano, senza curarmi troppo di quello che era davvero la città all’epoca.

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Infine, la vicenda di Gatto e Libertà è strettamente ancorata ad almeno due eventi realmente accaduti, di cui lo Spadaccino è testimone, che ho cercato di ricostruire nel modo più fedele possibile basandomi sulla documentazione che sono riuscito a reperire. Per di più, buona parte della storia si svolge a Genova, in luoghi reali che, in un caso almeno, è ancora oggi possibile visitare. Ma, soprattutto, Genova è la città in cui sono nato, in cui sono cresciuto e dove torno appena posso. Per la prima volta ho scritto di uno spazio che, almeno nelle distanze e nelle proporzioni conoscevo. Certo: parte della Genova cinquecentesca non esiste più, però so immaginare quanto ci volesse ad andare dal palazzo di Andrea Doria alle mura cittadine, quando dalle mura a piazza Sant’Andrea. Inoltre, nel racconto c’è un paesino che non esiste, ma al quale ha prestato diverse scenografie Triora. Quando scrivevo certe scene sapevo perfettamente dove si stavano svolgendo, perché c’ero stato l’estate precedente. Allo stesso tempo, ho barato ferocemente e ho fatto succedere nella mia versione di Triora (che si trova pure parecchio lontana da quella vera) delle cose che nella realtà a Triora sono successe solo molto più tardi. D’altro canto, la scansione temporale degli eventi genovesi della storia mi ha costretto a trovare un modo di tenere lo Spadaccino impegnato per tutti i giorni che mi servivano, perché non volevo fare muovere i personaggi storici coinvolti in modo diverso dalla realtà (volevo evitare l’effetto “Bernardo Gui che muore alla fine del film del Nome della Rosa perché faceva bello, nonostante Eco avesse passato settimane a studiare i suoi spostamenti per capire in che mese e in che anno era realistico ambientare il libro”).

Dopo questo crescendo, la nuova storia dello Spadaccino che sto scrivendo fa un passo indietro: un anno vago, un’ambientazione esotica per lo più ricreata ex novo ma cercando di sfruttare le peculiarità del luogo per rendere più interessante la vicenda. Sarà però una storia che, pur rimanendo comprensibile anche senza avere letto le altre, sarà collegata sia alle vicende viennesi sia a quelle genovesi. La sfida sarà trovare il modo di fare capire a chi le ha già lette quali siano questi legami, ma senza rovinare la sorpresa per chi deve ancora leggerle. Sfide diverse, soluzioni diverse.
La prossima, magari, parleremo della regola zero.

Checkpoint Pasta – ebook gratuito

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Checkpoint Pasta è una storia che mi accompagna da tantissimo tempo. È una storia di guerra, ambientata immediatamente prima, durante e immediatamente dopo la “battaglia del pastificio” di Mogadiscio, il 2 luglio 1993.
Quando la scrissi, doveva essere il prologo di un’altra vicenda. Ho alcuni abbozzi di questo progetto, ma non l’ho mai completato (e nemmeno delineato bene). Checkpoint Pasta però funzionava anche da solo; anzi, forse è più efficace così.
L’avevo già messo online alcuni anni fa, ma ora che si parla della partecipazione dell’Italia a operazioni militari in una sua ex colonia ho avuto come un deja vu e ho pensato che fosse il momento buono per rimetterci mano. In realtà non è cambiato granché dalla versione precedente: ho aggiustato qualche frase, ridotto qualche “altierismo” davvero troppo di maniera, aggiornato le note in fondo al testo, preparato una copertina.
È una storia sporca e veloce, dove racconto la battaglia così come l’ho ricostruita dalle fonti dei militari italiani ma la contestualizzo secondo il principio del “pensare male”.

Buona lettura.

Checkpoint Pasta – PDF
Checkpoint Pasta – ePub
Checkpoint Pasta – Mobi (per Kindle)

Scrivere lo Spadaccino

 

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Enzo Cilenti, volto ufficiale dello Spadaccino.

Alcune cose che riguardano lo Spadaccino, scritte durante la revisione di Gatto e Libertà.

La prima storia dello Spadaccino è nata più o meno per gioco.
Era un periodo che stavo leggendo parecchie cose di Robert E. Howard in inglese, nelle belle edizioni Del Rey, e avevo voglia di provare di nuovo a scrivere qualcosa del genere, molti anni dopo aver smesso di produrre brevi fan fiction di Solomon Kane (che non linko perché oggi mi sembrano piuttosto deboli e non riesco a leggerle senza vederne i difetti e solo quelli). Ma siccome scrivere fan fiction è un vicolo cieco e l’idea era di avere qualcosa di buono abbastanza da potere essere venduto come ebook, ho deciso di tenere quell’estetica ma spostare un po’ di paletti per creare un personaggio che fosse più mio.
Cosa voleva dire tenere la linea delle storie di Solomon Kane?
Se avete visto il film con James Purfoy, ecco: quello non è Solomon Kane (del film parlai qui) e quelle non sono le atmosfere di Solomon Kane o della sword and sorcery in generale.
Sono molto grato a Davide Mana (scrittore, autore di giochi e blogger) per avere spiegato molto bene questa cosa in suo post: Continua a leggere