Seven Points of Darkness

Una costante che unisce le storie dello Spadaccino (almeno quelle del ciclo iniziato con Colei che Canta e che ha trovato la sua conclusione in Nuovo Mondo – e ovviamente quelle di Carlo Cane) è il riferimento alle “sette punte dell’oscurità”, un non meglio definito luogo dell’Universo dal qualche sembra provenire ogni sorta di nefandezza.
È un’espressione che ho rubato all’immaginario di una storica band epic metal americana, i newyorchesi Virgin Steele, e che fa la sua prima comparsa nella canzone I Will Come For You, che apre il disco The Marriage of Heaven and Hell – part 1. Un disco che, a sua volta, inaugura un ciclo di tre concept album (che prosegue con l’omonima parte seconda e culmina con Invictus) che racconta le vicende di due sfortunati amanti, Endyamon ed Emalaith, per sette volte separati e uccisi dagli dèi per evitare che dalla loro unione nasca l’eroe umano che li schiaccerà. Questo concept è portato avanti in maniera piuttosto frammentata nei primi due dischi e assume forma compiuta solo nel terzo, i cui testi sono strutturati come una vera rock opera, con tanto di indicazione di quale personaggio canti che cosa. Una concezione “operistica” permea però anche la musica tutti questi dischi, nei quali ci sono certe melodie e certi riff che vengono ripresi da una canzone all’altra a scopo narrativo, per creare collegamenti tra situazioni e personaggi.

Invictus è un disco talmente figo che a Firenze hanno messo una statua che ne riproduce la copertina

La cosa affascinante di tutto questo concept è che David DeFeis, cantante e compositore del gruppo, è stato abbastanza intelligente da distaccarsi dal canonico immaginario sword and sorcery di altri gruppi epic (dai Manowar in giù), ma ha creato una specie di high fantasy metafisico, privo di particolari riferimenti immediati a spadoni di smeraldo, dragoni, castelli, ecc.
Un ottimo esempio è il testo di Sword of the gods, un brano di Invictus nel quale prende, inizialmente, la parola la creatura che gli dèi utilizzano per punire i mortali, appunto la loro spada. Che così si presenta:

I take to the Air, Fear breaks the will of denial
You look for me there, hunting the Skies I am soundless
I fly to the Rainbow, I Conquer the Sky
The Hammer of Death, THE SWORD OF THE GODS
Grant every Wish of Blood that calls to Blood I rise on the Air,
I rise on the Sea
Smashing the chains of denial for me
THE SWORD OF THE GODS!
You look for a Sign, nothing will reveal the Hour
The Burning of Rome was only a glimpse of my Power
My Armor is Flame Gold, I sever the Sky
The Hammer of Death,
THE SWORD OF THE GODS
Grant every Wish of Blood that calls to Blood I rise on the Air,
I rise on the Sea
Smashing with Flame your denial for me
THE SWORD OF THE GODS!
Watching your children die
Your fist to the Gods you cry,
“Why must it be, why am I damned, Forsaken,
I have always served your Shrines and Alters
Now I’ll see you burn!”

Il riferimento alla distruzione di Roma è un espediente che serve per inserire nel “ciclo” una canzone a esso precedente, intitolata appunto The Burning of Rome, collocando tutta la vicenda di Endyamon ed Emalaith in un’incertezza dimensionale e temporale che la rende ancora più universale. Specialmente quando con i due dischi successivi (poi riuniti in un unico album) i Virgin Steele decidono di mettere in musica l’Orestea di Eschilo, trasformandola in una tappa delle sette incarnazioni dei due protagonisti. Il brano in cui prendono la parola Egisto, il malvagio ispiratore dell’omicidio di Agamennone, e Clitemnestra, la moglie che lo ha ucciso, si apre con lo stesso tema della “spada degli dèi”, rendendo esplicito il collegamento tra i due universi (per dire, del ciclo fa pure parte una precedente canzone su Prometeo). Sempre da una canzone

Insomma, senza fare una recensione di tutto il ciclo (anche perché i Virgin Steele fino all’inizio del 2000 hanno sfornato dischi bellissimi di cui potrei parlare per ore), nelle storie dello Spadaccino ho cercato di rievocare qualche barlume del mistero e dell’oscurità della cosmologia che DeFeis ha lasciato intuire nella sua creazione.

Tutto questo mi serve anche per creare una sorta di “multiverso” che possa collegare le diverse incarnazioni della mia scrittura. Il collegamento tra Spadaccino e Carlo Cane è esplicito e non ha bisogno di spiegazioni. Ma nelle mie intenzioni, anche TRBNGR è collegato a tutto questo, anche se forse è un universo appena oltre una soglia; il mio ormai mitologico weird western (completato da un po’ ma di cui devo decidere la sorte) ne fa parte; persino una futura storia della Banda delle Bende conterrà una piccolissima citazione delle sette punte dell’oscurità (se riesco a convincere la editor a tenerlo).
Questo perché? Perché credo che funzioni così da sempre: da che abbiamo iniziato a raccontarci delle storie, migliaia di anni fa, chi si è fatto carico di diventare un narratore ha trasmesso quello che credeva meritasse di essere conservato di quello che aveva ascoltato. A volte pedissequamente, a volte l’ha inserito all’interno di nuove storie o ne ha mantenuto lo spirito. E così continua a essere.
Nel mio piccolo, le sette punte dell’oscurità sono il mio contributo alla trasmissione nel futuro delle opere di David DeFeis e soci.

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