Ognissanti – un inedito di Carlo Cane

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È buio.
Il lampione di questo vicolo non funziona mai, perché il Comune è discreto e non vuole disturbare quelli che pisciano nell’angolo.
Di solito evito di passare di qui, perché non ho del Vicks da mettermi sotto le narici come nell’autopsia del Silenzio degli Innocenti, ma si risparmia un po’ di tempo. E poi basta che mi tappi il naso. Forse.
A passo di carica, percorro il vicolo, con gli occhi ben fissi per terra: il contatto della scarpa con qualcosa di organico è un rischio reale. Può essere cacca o può essere un topo morto. O magari uno che dorme: ormai sono così sfrontati che bivaccano per la pubblica via.
Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.

Soprattutto l’ultima.
Il vicolo sbuca alle spalle del coro della vecchia chiesa. Qui un lampione c’è, ma deve averlo posizionato uno che faceva la fotografia dei film di Dario Argento, perché la sua luce itterica, eroico baluardo dell’epoca delle lampadine a incandescenza, serve solo a fare risaltare le ombre di questo pezzo di medioevo sopravvissuto a tutto. El siglo de oro, gli sventramenti, la guerra, la speculazione edilizia, le Colombiadi, la Capitale Europea della Cultura, il G8, Luca Bizzarri presidente della Fondazione di Palazzo Ducale.
C’è persino una lieve nebbiolina, tanto per rendere più inquietante il tutto.
Mi faccio coraggio, che con tutto quello che mi è successo da quando ho avuto quella bella idea questa primavera un angolo di Genova un po’ inquietante dovrebbe essere la mia ultima preoccupazione, e tiro avanti.
È solo quando volto l’angolo che mi rendo conto che forse, invece, proprio per tutte le cose che mi sono successe dovrei sapere che le cose brutte succedono. E succedono a me.
Il primo che vedo è vestito con una lunga tunica e ha una spada conficcata nel cranio. Sorride. Di fianco a lui ci sono due donne. La prima ha il volto insanguinato, due buchi neri al posto degli occhi. Nella mano destra tiene un piattino, sul quale sono appoggiati gli occhi che le mancano. L’altra donna ha la veste sul petto insanguinata, i capelli lunghi davanti al volto. Lei regge un vassoio sul quale riconosco la forma di due seni femminili. Un altro uomo, più dietro, ha la pelle del volto carbonizzata, solcata da profondi segni rossi. Un altro si regge gli organi interni, che stanno sfuggendo da uno squarcio sulla pancia. C’è una donna senza testa sul collo: la tiene sotto braccio e da quello che resta del collo cola qualcosa di biancastro.
Ora, capitemi. Faccio il portiere di notte in un albergo da un mese. I miei ritmi circadiani sono andati completamente a ramengo, non capisco più quando sono sveglio e quando no. In più sono di corsa, è più la sorpresa di essermi trovato davanti qualcuno all’improvviso che non la paura in sé.
È per questo, e solo per questo, che grido come una ragazzina di quelle proprie paurose, un urletto strozzato in gola. Faccio anche un salto sul posto.
Il gruppo di morti viventi, che stava venendo nella mia direzione, si ferma. Sembrano stupiti anche loro.
Poi, sento una voce familiare. “Ma sei proprio un coglione. Ma ti pare che puoi spaventarti per ‘sta cazzata?”
Ada.
Si toglie i capelli dalla faccia: è la donna con i seni sul vassoio.
“Ada,” dico. “Ma cosa?”
Lei mi viene incontro, con quelle ridicole tette finte che sobbalzano sul piattino. “È Halloween, scemo.”
“Grazie, lo sapevo. Stavo andando a un concerto. La Scala Mobile, li conosci?”
“Mamma che merde, ma che mi stai diventando pure hipster?”
“No, lascia perdere, devo accompagnare Leo.”
“Quasi era meglio se ti piacevano davvero. Comunque, è Halloween e stiamo andando a trollare una veglia di preghiera cattolica, con i ragazzi del centro sociale.”
“Scusa?”
Si fa avanti quello con la spada in testa, che conosco anche, da quando stavo con Ada. Mi ricordassi mai il nome… “Hai presente no,” dice, “che rompono il cazzo con le tradizioni cristiane e che Halloween è una festa pagana ed è il compleanno del diavolo?”
“Ho presente.”
“Ecco, noi ci siamo vestiti da santi martiri. Io sono Pietro da Verona, inquisitore giustamente ammazzato a spadate in testa. Ada è Sant’Agata, a cui strapparono i seni con le tenaglie.”
“Per una volta,” sorride lei, “sfrutto il fatto che sono un’asse da stiro.”
“Rachele fa Santa Lucia, con gli occhi in mano, Lorenzo si è preso, pensa, san Lorenzo, bruciato sulla graticola; Jorge, che qui in Erasmus, fa sant’Erasmo. Gli tirarono fuori gli intestini dallo stomaco. E infine Mia con la testa sotto il braccio, è santa Caterina, decapitata dopo che tutto il resto fallì.”
La testa di Mia fa capolino sotto il collo finto. “Siamo precisissimi, eh. Guarda qua, c’ho pure il latte che sgorga dalla testa mozzata.”
“Forte, no?”
“Sì, sì,” dico.
“Ma che ti abbiamo spaventato davvero?”
“No, è che sono stan…”
Ada ride. “Ti sei spaventato davvero! Raga’, questi costumi sono una bomba! Daje che li facciamo crepare a quegli stronzi.” Il gruppo risponde con urletti e brevi ululati.
“Oh, grazie di averci fatto da cavia, Carlo,” dice quello di cui non ricordo il nome.
Ada mi dà un pugno sulla spalla. “L’anno prossimo vieni con noi, eh. Niente scuse.”
“Sì, vestito da patatina fritta.”
Mi fissano tutti.
“Sapete, san Carlo…”
“Ciao Carlo. Ciao, eh. Divertiti con il tuo amicone Leo.”
Si rimettono in marcia, in una cacofonia di saluti più o meno entusiasti.
“Non fatevi arrestare, per favore,” dico.
Ada mi risponde alzando il dito medio senza neanche girarsi, quello che non mi ricordo come si chiama credo si tocchi le palle.
Va beh. A ognuno il suo.
Solo, ci sono rimasto un po’ male.
Non si sono neanche accorti che mi sono vestito da Dylan Dog.
La prossima volta mi faccio lanciare la pistola da Leo.

***

Carlo Cane è il protagonista degli ebook Castel della Croce e L’estate del ragazzo morto.
Questa scenetta è il prologo della terza storia di Carlo Cane, che spero sarà pronta per l’inizio del 2018, una ghost story dal titolo provvisorio di
Resta.

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